| Diego Di Dio |
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Spesso segnalato ai primi posti in concorsi di narrativa e poesia, è autore di testi di narrativa, di poesia, e aforismi, alcuni dei quali sono stati inseriti in “365 Piccoli giorni”, l’agenda letteraria 2010 di Opposto.net. Nel 2004 ha pubblicato una raccolta di poesie, dal titolo "Uomini", proposta in alcune scuole come libro di lettura consigliato. È socio sostenitore dell'Associazione MondoCult e attualmente si dedica alla stesura di thriller, racconti gialli, romanzi fantasy e una favola per bambini. Quanta strada per un giovane autore! Ti piacerebbe iniziare questa intervista con l'incipit di un tuo racconto thriller? Per me va benissimo. Basta che non mi dici “quanta strada”, perché di strada ne ho fatta pochissima, secondo me. Veniamo all’incipit. Dimmi se ti piace. “La foto mi guarda. Ho sempre questa impressione, ogni volta che entro nella mia cuccia. Io la chiamo così. La foto mi guarda, e forse mi chiama. Mi chiedo se sia un sogno, un’allucinazione, un ricordo. O forse tutti e tre, mescolati al fumo della marijuana che entra ed esce dai miei polmoni. Dalla parete di fronte, la foto mi inchioda alla poltrona, come un giudice, come un martello, come un taglio nella pelle di un angelo. E io sono qui. Un condannato, un’incudine, un taglio nella pelle di un demone.” Sono le prime parole de “La terra dei camaleonti” (titolo provvisorio), ossia un thriller lunghissimo che parteciperà, entro maggio 2010, ad un concorso di narrativa – dopo che l’avrò debitamente ridotto. Sei un appassionato di Noir, Thriller, Mistery, Fantasy. Cosa cattura la tua attenzione prima di decidere di trasformare la realtà in un racconto di genere? Domanda da un milione di dollari. Sarò sincero, non ti so rispondere. A volte basta la frase di un amico (“Lo sai che ho sentito dire?), altre volte la frase di una canzone; qualche volta va bene anche un suggerimento (“Perché non scrivi…?) oppure un quadro, o un romanzo, o una poesia. L’idea nasce sempre per caso, come fosse un piccolo miracolo. Poi prende vita e si sviluppa e cresce, cresce, cresce finché non diventa qualcosa di completamente diverso dallo spunto da cui è nata. Il fatto è che – almeno per me – non esiste idea che poi io decida di trasformare in thriller, giallo, fantasy o noir. L'idea già nasce vestita, e anche finita. Sono io che, piano piano, devo scoprirla. Quanto è importante per un giovane scrittore leggere? Quali sono gli autori che ami maggiormente e perché? Dire che leggere è fondamentale è un eufemismo. Leggere è tutto, viene prima dello scrivere, è più importante dello scrivere. Si dice che nella scrittura non ci sono regole. Oppure, quelle poche che c’erano, sono state ormai superate. Tutte, tranne una. Un autore che non legge non è un autore. Almeno per come la vedo io, questa è una regola universale. Gli autori che amo? Sono tantissimi, potrei farti un elenco che non finisce più. Mi limito ai più noti. Per gli italiani cito Alessandro Baricco (unico al mondo nel modo di scrivere), Umberto Eco, Giorgio Faletti, Valerio Massimo Manfredi, Niccolò Ammaniti, Margaret Mazzantini, Giorgio Scerbanenco (lo ricordo per i più giovani: è il padre del noir italiano) e Oriana Fallaci (tecnicamente penso che sia inimitabile); stranieri ce ne sono tanti, in primis Stephen King e Ken Follett. Poi direi Jeffery Deaver, Michael Connelly, Jess Walter, John Grisham. Adoro anche Oscar Wilde, Pirandello e Alberto Moravia. Tra i fumettisti apprezzo Frank Miller su tutti, poi Alan Moore e i nostrani Michele Medda e G.L. Bonelli. Ovviamente, aggiungo una citazione di merito per le leggendarie sorelle Giussani. Quanto conta per te la parola scritta? Con la parola scritta ci lavoro dalla mattina alla sera. Studio tutto il giorno e il mio poco tempo libero lo dedico a leggere e scrivere. Quindi direi che ho fare con la parola scritta in maniera ‘totalitaria’. Tra le tue passioni c’è anche la poesia. Come ti poni nei confronti di un genere intimo come quello poetico?La poesia, secondo me, è un discorso a parte. Nella poesia ci vuole cuore e ispirazione. Nella narrativa ci vogliono anche cervello e stomaco. Si può scrivere (narrativa) anche tutti i giorni, anche dieci ore al giorno: se si ha in mente una storia ben precisa, con personaggi definiti, scrivere “sempre” non è un problema. Questo non può valere per la poesia. Non si possono scrivere poesie tutto il giorno o tutti i giorni. È una forma d’arte più elevata della narrativa, secondo me. E quindi anche meno commerciale, più elitaria, e più difficile da ‘capire’. Io penso che la grandezza di ogni forma d’arte sia direttamente proporzionale alla sua incompletezza. E la poesia, che è la più ‘incompleta’, è la più elevata forma d’arte, almeno per come la vedo io. Seguita a ruota, ovviamente, dalla narrativa. Per te il poeta è più santo o maledetto? Per uno che ama Vasco Rossi e Fabrizio de André alla follia, il poeta è sempre maledetto. Cosa è in grado di sacrificare un giovane autore in nome della sua scrittura? Venderesti l’anima al diavolo? L’anima al diavolo sicuramente no. Però, parlando con autori già affermati, frequentando forum letterari e leggendo biografie e manuali di scrittura, ho capito una cosa. Il compromesso esiste, deve esistere, e non c’è nulla di male in questo. Insomma, penso che gli autori affermati abbiano già superato il complesso: sono-un-genio-nessuno-mi-capisce, nel senso che scrivono tranquillamente su commissione o a ‘tema’. Se uno scrittore è veramente bravo, talentuoso e determinato, penso che possa senza problemi scendere a compromessi, ossia scrivere su una traccia già determinata e, da lì, sviluppare liberamente la sua vena. Il tutto mantenendosi coerente con se stesso, ovvio. Quindi l'anima al diavolo no, ma qualche ‘compromesso’ letterario lo farei senz'altro. Per scrivere ci vuole più narcisismo o abnegazione? Qualche anno fa avrei risposto narcisismo. Perché, come ogni autore aspirante e sognatore, digiuno della materia, consideravo la scrittura un mezzo per autocelebrare me stesso. È il classico complesso dell’autore giovane, inesperto e ingenuo. Oggi ti rispondo che l’abnegazione prevale su tutto. Il narcisismo deve essere messo da parte, perché il lettore non vuole sapere quanto sei bravo, ma vuole leggere una storia ed emozionarsi. E l’autore, dal canto suo, deve sapersi ‘sacrificare’, nel senso stretto del termine. Deve sacrificare il tempo, il riposo, lo svago al proprio talento. Se è bravo, se è determinato, deve essere disposto al sacrificio, alla fatica, al metodo, allo studio, all’educazione. Questa è abnegazione. Per passare ad un argomento più prosaico ma di attualità nel contesto degli esordienti, cosa pensi dei cosiddetti “editori” a pagamento? Perché sempre più persone sono disposte ad accettare il compromesso della pubblicazione di un proprio libro con la clausola di acquistarne un consistente numero di copie a prezzi sbalorditivi? Hai avuto esperienze in merito? Sarò sincero. Sì che ho un’esperienza in merito. Il libro di poesie di cinque anni fa lo pubblicai con l’obbligo di acquistare un numero minimo di copie, quindi con una compartecipazione economica. Ma avevo 19 anni, non conoscevo le case editrici e, in materia, avevo un’ignoranza spaventosa. Mi arrivò questo contratto, mi sentii lusingato e accettai, senza pensarci due volte. Oggi, ovviamente, non lo rifarei. Pensa che ho ricevuto, per il thriller di cui ti parlavo, proposte a pagamento che mi offrivano siti personalizzati, presenza a tutte le più importanti fiere del libro nazionali e internazionali, distribuzione nazionale, cortometraggi e quant’altro. Tutte rifiutate. Se un editore crede nel mio lavoro, è lui che deve pagare me, non il contrario. Cosa consiglieresti a un giovane che voglia pubblicare i propri testi? Dal momento che anche io sono ‘un giovane che vuole pubblicare i propri testi’, darei agli altri i consigli che do a me stesso. Primo: leggere, leggere, leggere. Secondo: scrivere, scrivere, scrivere. Terzo: muoversi, frequentare forum, partecipare a concorsi, diffondere il proprio nome, far girare le proprie opere, seguire i consigli di chi ne sa più di te. Quali sono i progetti ai quali stai lavorando attualmente? Il 2009 l’ho passato a mettere insieme i racconti che ho scritto nel tempo, aggiustandoli, editandoli, correggendoli, in parte riscrivendoli. Quindi il primo progetto per il 2010 sarà quello di partecipare ai principali concorsi nazionali e internazionali. Dopo, studio permettendo, mi dedicherò a una trilogia fantasy (della quale ho già scritto il primo episodio). E, se trovo un bravo disegnatore, per la fine dell’anno vorrei scrivere soggetto e sceneggiatura di una mini-serie fumettistica, presentandola alle case editrici che potrebbero essere interessate. Concludi con un finale a scelta tra i tuoi testi. Abbiamo iniziato con “La terra dei camaleonti”, direi di finire con lo stesso libro. Ecco il finale: “Jimmy e Ben sorridono tra le lacrime, e si mettono le braccia l'uno sulle spalle dell’altro, voltandosi verso il sole che muore. Rimangono così, immobili tra gli immobili, lo sguardo perso nel tramonto, a cercare il punto in lontananza dove comincia e finisce l’infinito.” |
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Diego Di Dio è nato a Ischia (Na), ma vive a Procida (L’Isola di Arturo”, per intenderci). Studia Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli e coltiva la grande passione per la lettura e per la scrittura. Amante della letteratura di ogni genere e provenienza, è anche avido collezionista di fumetti, tra i quali predilige quelli di Marvel, DC e Bonelli. Collabora con varie realtà editoriali della sua Isola, come il giornale “Espressioni Procidane” per il quale scrive articoli culturali e Procidamia 