| Agata - Virginia Foderaro |
|
|
|
|
Agata non era al mondo per una missione speciale, non aveva incarichi da onorare. Era una donna e come tale viveva a 50 anni. Superate le crisi dell’adolescenza, aveva affrontato quelle dei vent’anni, con le mille inspiegabili domande. Era approdata ai 30 con i quesiti sul chi sono, dove andrò, risolti tramite le identità generazionali. Si era presa delle rivincite verso i quarant’anni nei rapporti interpersonali, ma giunta alle porte dei 50 si era dovuta arrestare. E adesso? Si era chiesta. Adesso cosa? Si va avanti. Da qualche parte condurrà questo cammino a tratti inutile, altre volte banale, spesso rabbioso. La rabbia era la sua costante. Agata provava una rabbia scomposta, quasi maleducata, per ogni aspetto dell’esistenza. Provava rabbia e ingoiava. Provava rabbia e dimenticava. Intorno alla sua vita si producevano sempre motivi per avercela con qualcuno o con qualcosa. Da quando ricordava di essere al mondo era stato così. Un ronzio insistente la distrasse da un pensiero importante. Quell’insetto era così fastidioso che la destò ancora dai suoi ragionamenti. Avrà avuto cinque anni quella bambina accovacciata all’angolo della terrazza di casa che toccava ogni oggetto le veniva a tiro e pensava a quanto fossero spropositati ed enormi: vasi di fiori, mattonelle, una sedia impagliata, un tavolino di rattan verde con il piano intrecciato; gli oggetti le ruotavano intorno e lei soffocava. Poi il suo piccolo sguardo conico e obliquo sulle cose quanto sugli esseri viventi, si posò su una mosca: grande, grigia, ben disegnata. Le zampe, sfregandosi una con l’altra, producevano quello stesso ronzio fastidioso, inarrestabile, inspiegabile. Un moto di rabbia la colse a sorpresa e schiacciò quell’insetto con la sua mano destra, mano ferma, decisa, cicciottella ma volitiva. La mosca tacque. La rabbia era quella congenita risposta che le arrivava non appena c’erano questioni da risolvere. Ma Agata non se n’era accorta mai. Un pomeriggio un raggio di sole abbracciò i suoi pensieri e la distrasse dalle inquietudini che serrava in gola. E ancora un'altra mattina, un'impercettibile corrente d'aria le accarezzò il viso impedendole di ricordare la sua collera. Un piccione grigio e nero dalla zampa ferita era atterrato in picchiata a pochi centimetri dalle sue gambe accavallate, seduta al bar Centrale. Agata non si spostò di un millimetro. Era il suo modo di resistere agli eventi: li ignorava. E così quel volatile ferito era diventato invisibile. Stessa sorte veniva destinata agli esseri umani. Ma gli aveva concesso dalle deroghe pur di sopravvivere in mezzo a loro, e li tollerava. Ne rideva se poteva, ma più spesso ne piangeva. Quella prepotenza umana era il veleno del mondo. Decise di abbandonare il suo paese. Andare dove, non lo sapeva. Ogni luogo non sarebbe stato sufficientemente lontano. Partì nella rabbia di un'alba avvolta in uno strano colore: viola-giallo-rosso-arancio. |
| < Prec. | Pros. > |
|---|







