| Il silenzio e il rumore della memoria - Cristiana Cervelloni |
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Foto di Andrea Neri - "Rumore e Silenzio della Memoria"
La gente è piena di problemi
In piedi accanto alla poltrona di vimini Nicoletta non parlava. E le poche parole che riusciva a tirar fuori venivano pronunciate con la voce rotta dall'ansimare, dovuto a una malattia sconosciuta che non aveva intenzione di scoprire e tanto meno di farsi curare. La poltrona era vuota. Nonna Elisa ci rimaneva seduta per ore a leggere il giornale e a raccontarmi le storie, sempre e rigorosamente a luce spenta fino al crepuscolo o fino a quando la luce naturale lo rendeva possibile.
1941-1942. Una mattina Nicoletta si alzò chiamando sua madre. “Mamma! Ziò ziò!” (con l'accento sulla o) “ziò è arrivato. E' arrivato con la carrozza e i piedi gli fanno male.” Elisa pianse. La bambina aveva sognato lo zio, ma lo zio era morto. Alle undici alcune donne strillarono ad Elisa dalla strada chiedendole di affacciarsi. Dissero che suo fratello Giovanni stava arrivando con una carrozza, ma bisognava aiutarlo a scendere, perché aveva il piede fasciato e camminava con un bastone. La famiglia al completo quella sera stessa ascoltò le avventure rocambolesche di Giovanni dalla sua stessa voce. Giovanni raccontò che quando la nave fu silurata e andò in fiamme, tutti i militari furono dichiarati morti o dispersi, ma lui e un altro militare che veniva da un paese vicino si salvarono riuscendo ad aprire un oblò della nave affondata e ad uscire da lì. Arrivarono alla sommità del mare mentre era tutto in fiamme - il petrolio si era sparso dappertutto - e lui nell'uscire dall'oblò aveva urtato la spalla e il piede si era massacrato. Giovanni e il suo amico Carlo arrivarono alle rive di La Spezia a nuoto, furono soccorsi e portati all'ospedale ma, essendo la città in pieno bombardamento, anche l'ospedale fu danneggiato gravemente. Carlo e Giovanni non soccombettero al disastro neanche stavolta: riuscirono ad uscire dall'ospedale in fiamme e, utilizzando carretti e i più svariati mezzi di fortuna, riuscirono a tornare al paese. Al paese le autorità avevano già provveduto ad avvisare i familiari dei militari coinvolti nei bombardamenti, che costoro erano ormai da considerare dispersi. Nicoletta era seduta in braccio a Elisa, mentre Giovanni raccontava gli avvenimenti della sua avventura. Aveva gli occhi sbarrati e lo sguardo attento e visionario, sicuro di sé come chi crede risolutamente in qualcosa ed è disposto a sostenerlo negando anche la prova contraria. A soli tre anni, Nicoletta era ferma nelle sue convinzioni, e nell'arco della sua vita non sarebbe cambiata di una virgola.
Giugno 1947. Le donne attendevano Gaetano sulla banchina del porto per prepararlo all'evento drammatico. “Gaetanino, purtroppo tua figlia Nicoletta sta morendo, è in agonia.” Era stato a pesca tutta la notte, e a quella notizia cadde a terra. Gaetano vide ai suoi piedi l'immagine di San Rocco e, nonostante fosse svenuto, la sua mente ebbe la facoltà di chiedere al santo di salvare sua figlia. Lo soccorsero. Gaetanino poco dopo rinvenne e lentamente s'incamminò verso casa. Entrò nella stanza dove Nicoletta era sdraiata sul letto e le si avvicinò. Sentì come un miagolio, una pecorella che fa i primi vagiti, che diceva mamma... e piano piano quella parola ripetuta si faceva più chiara e più limpida. Si avvicinarono tutti. La bambina tendeva le mani per farsi sollevare, loro la presero e la misero seduta sul letto con la schiena e le spalle circondate da cuscini. Pensavano che fossero gli ultimi momenti, perché di solito, quando qualcuno sta per passare a miglior vita può avere di queste reazioni. E invece, tra lo sgomento generale, la meraviglia ci fu quando la bambina anziché peggiorare incominciò a parlare normalmente e a chiedere qualcosa da mangiare. Fu l'inizio di una nuova vita, perché da allora Nicoletta guarì perfettamente. Tanto fu vero che il dottor Del Monte, passando la mattina dopo sicuro di trovarla morta, rimase senza parole. I bambini più forti superavano il tifo, ma Nicoletta oltre al tifo aveva anche la peritonite: la pancia le si era gonfiata in modo abnorme e dalla bocca le usciva acquetta nera, liquidi organici, segno di un intestino che non funzionava più. E dopo qualche minuto il medico annunciò: “questo è un vero miracolo.” Elisa credette anche lei che fosse un miracolo, poiché dei medici e degli stregoni non si fidava. Gaetanino offrì il suo cuore a San Rocco, protettore dei malati, ma della grazia ricevuta non rivelò niente a nessuno, neanche a sua moglie. Ma lo spirito di San Rocco doveva avere molta ampiezza e libertà di movimento al paese: con grande facilità si spostava volteggiando dalla Marina al centro storico in alto, passando in sogno a più persone. Lo venne a sapere un bel giorno anche Elisa. Elisa era conosciuta dalle donne del centro storico perché vi si recava a vendere il pesce. Ma da quando Nicoletta si ammalò, non la videro per molte settimane e al suo posto, a passare regolarmente dalle clienti c'era un'altra donna. Una mattina, una di loro fermò questa signora e le chiese: “Elisa ha qualche figlia malata?” Lei rispose di sì, raccontandole nei dettagli la storia dell'improvvisa guarigione. “Devi dire a Elisa che stanotte io ho sognato sua madre, Assunta” disse la cliente “che dal cielo mi ha rivelato, manda a dire a mia figlia che la grazia gliel'ha fatta San Rocco.” A Elisa fu comunicata la notizia. Gaetanino confermò tutto quella sera stessa, di ritorno a casa dalla pesca. “Sono stato io. Ho avuto la visione di San Rocco durante lo svenimento e gli ho chiesto la grazia.” E Nicoletta diventò grande, senza mai più farsi visitare da un dottore.
Una mattina di Luglio, 2008. Feci i tre piani salendo le scale a due a due e sfidando il caldo. A casa di zia Nicoletta, sotto tetto, si schiattava, ma sapevo che mi avrebbe accolto coperta dalla testa ai piedi, gonna al ginocchio, camicia di seta nera a maniche lunghe, calze contenitive. E se mi fossi annunciata con più anticipo si sarebbe anche fatta trovare truccata. Per fortuna avevo telefonato solo mezz'ora prima, lasciandole il tempo minimo per asciugarsi i capelli. Mi odorai i polsi per avvertire qualche esalazione leggera di Phylosikos e prepararmi alla puzza di disinfettante misto a medicinale che avrei trovato in ogni centimetro cubo dell'appartamento. E tenevo a mente il pretesto con cui salivo: portarmi a casa una valigia piena di cinte, collane, sciarpe, foulard e borsette “d'epoca” che lei mi avrebbe regalato. Andavo senza niente in mano. Zia Nicoletta non desiderava regali di convenienza. Alla valigia ci avrebbe pensato lei, sempre organizzatissima in tutto. Con le sue cinte, foulard e borsette d'epoca mi vestivo e mi svestivo quotidianamente, ma le vere intenzioni della visita erano altre: convincerla a farsi visitare dal dottor Menicucci, o da un qualsiasi altro medico locale con un altro cognome e trovare finalmente una diagnosi sulla sua malattia misteriosa. Andammo nella camera da letto con l'aria impregnata di luce solare e dell'odore di disinfettante misto a quello di oscuri medicinali. Nicoletta aprì le ante centrali dell'armadio laccato di verde chiaro. Le immagini che vi erano dipinte raffiguravano scene agresti con donne in costumi tradizionali, alberi e piante, il mio armadio preferito di sempre. Si direbbe che da bambina ci andavo apposta in quella camera per aprire l'armadio di nascosto e osservarne i tesori racchiusi, che ora si concretizzavano in un'accozzaglia di ben di dio di relitti, reperti e cimeli ben conservati e miracolosamente esenti dal più piccolo granello di polvere. Mentre trafficavo tra due cinte tunisine, un caftano messicano, la borsetta di tartaruga vera di nonna Elisa (quella anni '60 per le cerimonie), un foulard di seta indiana viola a stampa batik e uno blu e nero dal vago design giapponese contemporaneo le affondai la stoccata, invitandola, senza troppi giri di parole, a recarsi dal dottor Menicucci o a non rifiutare una sua eventuale visita a casa o, se preferiva, a rivolgersi a un qualsivoglia operatore della salute. Mi rispose con l'affanno opponendosi al mio consiglio. “Lo decido io se devo farmi una visita, non me lo dovete dire voi.” Con la mano gonfia mi porse una cinta di jersey blu oltremare su cui si alternavano una serie di palle colorate, palle trasparenti e rombi d'argento lavorato a intarsi, e poi mi fece vedere altre due cinte dello stesso modello, una di pelle nera e una di pelle marrone. “Quale vuoi?” “Che domanda, tutte e due.” Infilai tutte le cinte in un borsone di tela bordeaux mentre lei, con un braccio sinistro enorme fasciato dalla manica di seta nera, lo teneva allargato reggendo i manici. E allora insistevo elencando i motivi più validi per cui doveva sforzarsi almeno di sapere che cosa aveva, e che stava dando un dolore e un dispiacere a tutti noi, che ci mancava soprattutto alla spiaggia il pomeriggio e che l'ombrellone senza di lei era come se fosse vuoto e conclusi dicendo che il suo comportamento si poteva definire solo infantile. “Ma io voglio essere infantile” mi rispose con la faccia tosta e indispettita e un brutto colpo di tosse. “Rimani pure infantile, ma se non fai qualcosa adesso, andrà a finire male lo sai? “Lo so, ma quello che dici non cambia niente. Che cosa ti posso offrire, un gelato, un caffè?” “Un tè freddo andrebbe bene.” Prima di incamminarmi verso la cucina mi cadde lo sguardo su una delle due poltroncine a dondolo. C'erano la rivista sportiva di una squadra di calcio campione di tutte le coppe mondiali, un quotidiano aperto su una pagina con la storia romanzata delle olimpiadi, un altro con la foto di Siva Babi Ashmindar - la sua passione degli ultimi anni che resisteva senza scalfitture allo scorrere del tempo (il quale con due lenti a contatto azzurre che trapassavano lo sguardo come punture di spillo, istruiva con certo potere ipnotico sui miracoli e li prometteva anche) -, un libro di cinquecento pagine scritto da un influente giornalista televisivo e intitolato “Dagli albori delle casate alle stelle”, una borsa rossa capiente con il portafogli abbinato. E ad attraversare le diverse versioni cartacee dell'evoluzione-involuzione del gossip e della devozione c'erano un paio di calze color carne piuttosto spesse, circa quaranta denari, con dei sottilissimi fili di lurex e la scritta “Dior” sulla fascia elastica in vita. Una sera di festa, d'inverno, eravamo riuniti a casa di nonna Elisa e nonno Gaetano. Nonna era in piedi davanti alla sua postazione in cucina, impegnata a preparare la cena, e noi nipoti ci davamo da fare in varie acrobazie. Vestiti in costumi da ladro o supereroe eravamo ben intenzionati a festeggiare la serata nel modo più creativo e complicato che potessimo escogitare. Saltavamo dalle finestre, salivamo e scendevamo dai balconi, passavamo da una facciata all'altra del palazzo scorrendo appesi ai fili del bucato, mentre zia Nicoletta, dalla testa biondo platino e il viso incipriato come una diva di Hollywood, con alcune sue apparizioni improvvise nell'aria scura della notte e in prossimità delle finestre ci passava un paio di calze sottilissime e trasparenti. Il collant veniva passato di mano in mano tra tutti i presenti, in modo che ognuno avesse la possibilità di appendercisi almeno una volta, o di indossarlo per pochi secondi per assorbirne tutti i poteri magici. Ci accorgemmo che l'impresa era difficile perché, nonostante come cugini fossimo uniti e ci volevamo bene senza che ci fosse mai stato uno screzio, ognuno cercava di accaparrarselo per sé o per il proprio compagno per il maggior tempo possibile. C'era Ornella, l'unica tra di noi ad aver messo su famiglia, che vidi per un attimo tenere la calza con una mano mentre con l'altro braccio reggeva il bambino di nove mesi chiamato Gaetanino in ricordo del nonno; Alessandro, il giovane commercialista, che nella sua stazza gigante si promanava in evoluzioni con un atletismo fuori dal comune; Massimiliano, lo scrittore dal fisico snello e ancora efebico per i suoi trentasette anni, si divincolava con eleganza; Angela, avvocatessa single con il viso da eterna ragazzina, era così agile che un momento la vedevi e un momento no; Stefano, appena tornato dal Giappone con la sua fidanzata danese e un master in giapponese, ora guida turistica, e infine Luigi, Giuseppe e Daniela. Zia Nicoletta, con la sua visibile e invisibile ubiquità era colei che si riservava l'impegno di distribuire la calza equamente tra tutti noi, aiutandoci a superare tutte le difficoltà di movimento e di organizzazione e ad accorrere in tempo se vedeva che qualcuno, per qualche circostanza imprevedibile, rischiava di cadere e farsi male. Dagli immobili fili di lurex sulla poltroncina a dondolo danzavano silenziosamente i miei pensieri, rimuginando con tenerezza e malinconia le serate passate in compagnia di zia Nicoletta e dei miei cugini, quando ci portava a cena fuori, lei unica zia e noi, giovani (chi più chi meno). Faceva decidere a noi i piatti da ordinare e il vino da scegliere e noi ci atteggiavamo a sommelier improvvisati per l'occasione. Ci si organizzava con molte settimane di anticipo per la cena che ricorreva due volte l'anno, affinché nessuno potesse mancare. Si parlava del più e del meno, spesso di calcio, in modo salottiero e con una certa ricercatezza dei termini, e io cercavo di convincere gli altri che lo sport più bello del mondo non era il football - almeno non più - ma la danza moderna, che alla specialità del gesto atletico aggiungeva la bellezza artistica e l'eleganza del movimento. Ne parlavo consapevole del fatto che non avrei mai convinto nessuno di loro - tra cugini, mariti, fidanzate e zia stessa - tanto per esprimere un'opinione fuori dal coro. Allora glielo dissi che eravamo già arrivate in cucina, mentre sorseggiavo il mio tè e lei si era avvicinata alla poltrona di nonna, quella di vimini vicino alla finestra. La poltrona che era lì da almeno sette decenni e che aveva sentito, osservato e commentato, in silenzio e in gran fanfara, i fatti della cronaca italiana e della pagina locale, della pagina di cronaca nera, dello spettacolo, della canzone napoletana, dei racconti di elmi di ferro crivellati dalle bombe americane, di bambine che raccoglievano cicoria e che si nascondevano dietro il bancone di una merceria mentre gli stessi americani crivellavano gli stessi elmi di ferro. Tutto aveva macinato nonna Elisa da quella poltrona col giornale aperto, proprio tutto. Zia Nicoletta mi guardava con una faccia strafottente e compassionevole al tempo stesso e io a quel punto mi sedetti sulla poltrona, perché da quando nonna era morta, quella poltrona durante le visite era diventata la mia. Dissi queste parole: “E' la fine di un'epoca”. “Quale epoca” commentò Nicoletta tentennando in modo appena impercettibile con la testa. “L'epoca delle cene con i nipoti e di Grace Kelly su Novella 2000, quando lo sfogliavo seduta sulla poltroncina a dondolo in camera tua. O quando io Ornella e Angela volevamo i capelli come le Charlie's Angels e non riuscimmo mai ad averli in quel modo e quando nonna da qui discuteva di cronaca nera e indagava sul delitto di via della Giuliana.” Nicoletta a sentir nominare quei fatti si rianimò un pochino. “Sì, tua nonna si era presa a cuore quella povera ragazza così giovane e voleva a tutti i costi trovare l'assassino. Nonna Elisa era intelligentissima, lei sapeva tutto anche non muovendosi mai da casa.” “Ah ah, ne parlò anche con Giuseppe, in quanto esperto di informatica! Gli chiese, da ignorante quale era nelle faccende di computer (sue parole), se secondo lui era possibile che su un computer si potessero rintracciare informazioni così importanti da costringere degli assassini a far fuori Caterina Restivo. Aveva trovato il movente, nonna” strinsi i braccioli di vimini leggermente scheggiati “e voleva sapere se aveva senso, tecnicamente.” “Le epoche cambiano” concluse lapidaria Nicoletta. “Sì, infatti.” “Io ho lavorato per quarant'anni. Mi sono alzata alle cinque tutte le mattine per prendere il pullman e ho fatto la mia carriera. Ho fatto tante cose che volevo e rimpiango di non averne fatte altre. Ma ormai il tempo mio è passato, adesso tocca a voi.” “La tua fobia per gli ospedali e i medici è più forte dei tuoi sentimenti, tutto qua. Dallo sciamano, però, vedo che non ti separi mai!” Mi alzai e andai verso una serie di videocassette poggiate su un ripiano del mobile, vicino allo scaldacornetti. Le esaminai ad una ad una e ne lessi i titoli ridendo mentalmente a squarciagola. Manifestate i vostri desideri usando semplici mantra che funzionano subito; Guida-lampo (di un minuto) alla prosperità e all'illiminazione; Lasciatemi entrare nelle vostre case; Dieci lezioni per il risveglio dei sensi e delle vostre finanze; Uniti per proteggere il vostro futuro, e l'ultimo, in inglese e intraducibile, Speech As An Indicator Of Performance, by Dr. Siva Babi Ashmindar. In fondo ad ogni videocassetta, “Innocence Production”, Los Angeles, CA. Sentii irrompere una cattiveria improvvisa. “Nonna Elisa si starà rivoltando nella tomba!” Ricordavo le risatine di sghembo di nonna Elisa, i silenziosi risolini ammiccanti verso Nicoletta e la sua fissazione per “quello là”, i commenti spiritosi di quando andavo a trovarla una volta al mese e mi mettevo seduta sulla sedia a capotavola vicino alla poltrona, quando non si capacitava del fatto che dopo anni non era stato ancora trovato un colpevole per l'uccisione di Caterina Restivo e, nella lista degli evasori fiscali sepolta in un trafiletto con caratteri di dimensioni microscopiche, scopriva nomi di persone conosciute e rispettate. Non fece in tempo a sapere che, altrettanti anni dopo la sua morte, il nome dell'assassino di Caterina Restivo non sarebbe ancora venuto fuori e il numero di persone rispettabili che ne escogitavano una più del diavolo per non pagare le tasse sarebbe cresciuto molto di più. Siva Babi Ashmindar ammucchiava tutto l'oro in California, raccontava nonna, mentre zia Nicoletta replicava “e che male c'è? Io non sono invidiosa”, ma le perplessità di nonna Elisa circa la genialità a buon fine del santone che aveva visto improvvisamente irrompere in casa con le lenti a contatto azzurre si spensero insieme a lei il giorno il cui morì. Quindi non vide mai: Siva Babi nervoso per la cattiva pubblicità fatta nei suoi confronti in Europa; Siva Babi che malediceva la sfortuna con i piedi ammollo nel Rapido River al confine col Messico; Siva Babi sbraitare che se i suoi mantra non funzionavano era perché si era brutti (l'ultima clausola sulle videocassette diceva: “Ci scusiamo con i nostri cari amici e affezionati recitatori di informare solo con ritardo quanto segue: la scarsa efficacia dei mantra qui registrati è inversamente proporzionale all'alto livello di bellezza di chi ne fa utilizzo”); Siva Babi ritratto nella residenza estiva in Colorado, circondato da stivaloni di pelle nera lucida, alti fin sopra il ginocchio, culi imperizomati e impermeabili neri da maniaci nel parco; Siva Babi inseguito dalle temibili pattuglie in motocicletta californiane con tanto di colonna sonora; Siva Babi apparire e scomparire dal video per qualche secondo e nonna Elisa che rideva dalla tomba scuotendo la testa alla vista di quelle immagini pacchiane. “Ognuno deve essere libero di fare quello che vuole. Io non critico chi piace a te.” “E allora anch'io voglio attribuirmi il diritto di essere infantile. E' ora di avere il coraggio di essere antipatici con chi ci è antipatico.” “Vuoi diventare antipatica con me?” Aveva la voce bassissima. “Ma figurati, non ci penso nemmeno... non mi sei antipatica. Era solo una battuta, un aforisma.” Rimasi un po' di tempo a pensare e poi riattaccai: “Che soggetto paradossale che sei! Da bambina eri ostinata perché volevi guarire. Anche dal tifo e dalla peritonite sei uscita, e adesso sei ostinata nel voler morire... senza saper nemmeno di cosa!” “E tu che ne sai di me, tutto quello che ti avrà raccontato tua nonna sono solo degli episodi, dei fatti, non il resoconto della mia vita...” “Sacrosanto. Però potremmo organizzare un'altra cena... senza sforzi o troppe aspettative, trovare il posto giusto per passare un'altra serata tutti insieme, ci potresti raccontare qualcosa dei tuoi viaggi” iniziai a fantasticare e divagare come al solito “parlarci dell'India negli anni 70, la Russia negli anni 80, le sete, le matrioske, gli alberghi, gli amori... di quando mi portasti sulla neve, che ci cambiarono l'albergo all'ultimo minuto per una bettola e tu sei stata tutto il tempo a lamentarti e a dire che eri fatta per il mare e noi ci scambiavamo sguardi inorriditi a vedere la proprietaria, rustica e grassona, passare nella sala da pranzo con la camicia da notte e la vestaglia, mentre masticava un panino col formaggio...” “Ma non vedi come sto e come mi sento?” strillò, per quanto le fosse possibile alzare la voce, con la mano sul petto. E allora scoppiò in un interminabile attacco di tosse che andò lentamente a sfumare tra l'odore di disinfettante, quello di Phylosikos (mi odoravo i polsi) e il caldo della cucina sottotetto, a cui eravamo tutte e due indifferenti. Andai a rispondere al citofono e aprii il portone a Ornella che saliva con il bambino in braccio. Zia Nicoletta con molto tatto mi congedò approfittando dell'occasione. Mi disse che potevo passare anche subito alla libreria “Lapis in Fabula” a scegliermi un libro in regalo e prenderne anche un altro che aveva scelto lei per me. Ringraziai emozionata e con un leggero timore interiore circa il libro che aveva scelto. Mi precedette lei: “Ho voluto donarti un libro che mi piace e ti ci ho scritto anche una dedica dentro. E' un libro che ogni volta che aprirai, ti farà pensare a me.”
Uscii dal portone e mi incamminai lentamente sotto il sole cocente di mezzogiorno con il borsone in mano. Duecento metri, e Lapis in Fabula apriva la porta alla brezza dei ventilatori sul soffitto. Alessia Grossi, la proprietaria della nuova libreria in città (ce n'era anche un'altra, molto più grande, ma se dovevo mettere a confronto la simpatia dei rispettivi proprietari e di conseguenza la piacevolezza di quella mezz'ora spesa a curiosare fra i libri, Alessia vinceva sicuramente, e non solo per il fatto di aver giocato insieme da bambine) mi accolse con il bambino in braccio e dopo avermi chiesto notizie di zia Nicoletta senza usare nessun termine che avesse a che fare con la salute, mi disse di mandare i suoi saluti a Ornella e famiglia. Appena scesa in strada avevo telefonato a mio cugino Alessandro comunicandogli l'esito della mia visita. Le ultime cose che zia aveva detto erano: “forse devo iniziare a farmi curare come dici tu. Devo solo entrare nella predisposizione mentale adatta. Vediamo quello che posso fare”. E la risposta di Alessandro fu: “E' riuscita a prenderti in giro come ha fatto con tutti fino adesso. E' una tattica che usa per tenerti buona, dartela a bere che ha deciso di andare dal dottore. Ti dice che ha intenzione di fare qualcosa per togliertisi dalle scatole per una settimanella, così ti può rimbambire con i suoi oramai due unici argomenti: Gaetanino e Siva Babi.” Scongiurati il dottor Menicucci e la dottoressa Lenzi poggiai il borsone a terra vagamente disorientata e iniziai a guardarmi intorno sugli scaffali. Ci misi poco a trovare quello che mi intreressava: presi Millennio, l'unico romanzo che non avevo ancora letto di Manuel Vasquez Montalban, il mio autore preferito. Alessia si avvicinò ricordandomi del libro che Nicoletta aveva lasciato per me. E intanto riecheggiavano le parole di Alessandro “...per una settimanella, così può rimbambirti con i suoi oramai due unici argomenti: Gaetanino e Siva Babi.” Presi con cautela e curiosità il libro che Alessia mi stava porgendo e lo osservai tenendolo qualche secondo tra le mani. “E ancora morirò di gioia e di paura quando il sipario sale” Il mondo di Charles Aznavour raccontato da Sir Raphael Matteo Rinaldi e Anthelia Flores con una prefazione della cantautrice italiana Antonella Dahò. E la dedica faceva precisamente così:
devi sapere FINE |
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