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William Brandt di Salvo Zappulla PDF Stampa E-mail

William Brandt

Il libro del film della storia della mia vita.

di Salvo Zappulla

williambrandt_sProtagonista di questo romanzo è una coppia che gravita nel mondo del cinema con grami risultati. Lui -Frederick- è uno sceneggiatore neozelandese, la moglie un'attrice di secondo piano. Inaspettatamente per lei si prospetta la possibilità di successo, solo che... solo che... c'è uno scoglio da superare: deve girare una scena di sesso molto spinta con un altro. Dopo brevi tentennamenti deciderà di accettare. Questo fatto manda in crisi il loro matrimonio e Frederick, persa la moglie, farà di tutto per riconquistarla. C'è una grazia particolare, una sensibilità poetica non comune in questo romanzo di William Brandt. L'autore, con assoluta padronanza della materia narrativa, ci propone rocambolesche avventure ed equivoci che si incastrano dando vita a situazioni paradossali. Il romanzo è ricco di battute brevi e fulminanti, fitte, intense, veri guizzi di intelligenza che diventano coup de tèatre. Molto esilarante la scena in cui Frederick, trovandosi casualmente a orinare nei bagni di un locale pubblico accanto al suo antagonista, non riesce a fare a meno di abbassare lo sguardo e osservarne gli attributi, trovandoli “mostruosamente enormi”. La prosa Di Brandt è seducente, caratterizzata da un costante humor, sottilissimo e profondamente realistico, che mette a nudo le debolezze umane e si fa paradigma esistenziale. Il finale è tutto da scoprire, a lieto fine ma inaspettato. Valeva poi la pena far tanto casino per andare a recuperare una donna forse troppo idealizzata?

William Brandt è attore, sceneggiatore e scrittore, vive in Nuova Zelanda. E' apparso in molte produzioni, tra cui Un angelo alla mia tavola (1990) di Jane Campion. Con la sua prima raccolta di racconti, Alpha Male, (Victoria University Press) ha vinto il Premio Letterario Montana per il miglior libro d'esordio.

William, questo corposo romanzo gioca a mescolare e rimescolare situazioni brillanti, i personaggi sono profondamente umani e pieni di contraddizioni. Frederick in particolare è destinato a piacere perché è un perdente e suscita tenerezza. Sei d'accordo? Be’, sarebbe una scortesia non essere d’accordo con una risposta così generosa al mio libro. E’ esattamente come vorrei essere visto ed è esattamente come vorrei che il lettore rispondesse a Frederick. Sono stato sempre affascinato dalla figura del perdente simpatico. Forse perché tutti noi ci sentiamo come dei perdenti, ma tutti vogliamo essere amati. (Be’, io almeno sì.) E’ un tipo di personaggio che risale quantomeno a Don Chisciotte. Ho letto per la prima volta quel libro relativamente poco tempo fa e l’ho trovato meravigliosamente buffo e toccante. Sono certo che questa è la chiave del suo fascino. Ma, naturalmente, il rischio con i perdenti è che se non sono maneggiati nel modo giusto, i lettori possono perdere la pazienza con loro. Ogni grande perdente ha bisogno di avere giusto una qualità che noi possiamo ammirare. Uno dei miei esempi preferiti è il personaggio di Jeff Bridges, il dandy nel film dei Fratelli Cohen “The Big Lebowski”. Lui è un perdente assoluto, ma non ha paura di nessuno, e noi ammiriamo ciò. Anche Don Chisciotte non conosce paura ed è totalmente impegnato nella sua causa. Nel caso di Frederick, lui è consapevole dei suoi difetti e non si autocommisera.

Quanto c'è del tuo lavoro di attore e sceneggiatore nella stesura del romanzo? Penso che il mio modo di scrivere sia stato enormemente influenzato dalla mia esperienza di attore. Sono spinto a cercare di “recitare” il personaggio mentre lo scrivo e il mio naturale punto di vista come autore è quello della prima persona o qualcosa che vi si avvicini. Io sto vicinissimo all’esperienza in tempo reale dei miei personaggi, così come è allenato a fare un attore. Mi piace anche scrivere dialoghi e mi sento a mio agio con essi. La storia di questo romanzo è stata fortemente ispirata dalle mie esperienze di lettore di copioni lavorando a Londra. E’ stato il mio primo contatto con l’industria cinematografica su scala più ampia rispetto a quella della Nuova Zelanda, e l’ho trovata affascinante. Ho voluto in qualche modo rispondere ad essa.

Il libro scorre con verve e ironia, sembra quasi invitare a non prendersela più di tanto di fronte alle situazioni sfavorevoli, perché un rimedio si trova sempre. Lo possiamo considerare un invito a sdrammatizzare i nostri problemi esistenziali? Sì, proprio così. O perlomeno è un invito a me stesso a sdrammatizzare i miei problemi esistenziali! Io mi considero una persona fortunata e conduco una vita fantastica. Eppure, sono quasi sempre perseguitato da un senso di inadeguatezza e insicurezza. Perché? Non lo so, ma la parte di Frederick che più mi assomiglia è forse questo senso di impazienza con se stesso. Eppure, in alcuni dei momenti più difficili della vita anche Frederick trova forza interiore, e penso che questo sia vero anche per me. Nel meraviglioso film di Woody Allen “Crimes and Misdemeanours” un personaggio dice (più o meno) che l’universo è un spazio freddo e vuoto, ma l’amore dei nostri genitori lo riempie di calore per tutta la vita. Credo che ciò sia vero, e fintantoché sei nutrito, vestito e hai un tetto, semplicemente trovarsi qui, nel mondo, dovrebbe essere sufficiente per essere felice. E’ una cosa così incredibile essere vivo.

Quanto è importante la carriera? E quanto un grande amore? A mio modo di vedere, l’amore è più importante della carriera. Sono entrambi importanti, ma io metto l’amore al primo posto perché non potrei gustare il successo della carriera se non avessi con chi condividerlo. Inoltre, finché ho amore, so di poter affrontare ogni insuccesso o delusione nella carriera. L’amore è più reale, più personale, più immediato, più fondamentale. Ma siamo tutti uno diverso dall’altro. Per alcune persone la loro carriera è il loro unico grande amore. Devo dire che io penso sia una cosa triste, ma chi sono io per giudicare? Sono fermamente convinto che la più grande felicità derivi dalle persone che ti stanno vicino.

E' più difficile scrivere una sceneggiatura o un romanzo? Sono entrambi difficili, perlomeno per me, ma in maniera alquanto diversa. Una sceneggiatura non è molto lunga è ha pochissime parole. In teoria, ne puoi sfornare una in un paio di settimane, ed io una volta l’ho quasi fatto. Ma è uno sforzo di gruppo, diversamente dalla stesura di un romanzo. Ci sono altre persone coinvolte ad ogni passo del percorso. Grosso modo, scrivere una sceneggiatura è una battaglia con altre persone; scrivere un romanzo è una battaglia con te stesso. Ma la difficoltà principale resta la stessa per entrambe le forme, e la difficoltà è questa: le possibilità sono infinite!

(Si ringrazia il professor Sebastiano Russo per la traduzione).

 foto_brandt
Castelvecchi editore.
Pagg. 379,
€ 16,50
 
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