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Katia Ciarrocchi PDF Stampa E-mail
katia_2Katia Ciarrocchi è nata a San Benedetto del Tronto il 25 novembre 1968.
Amante di Letteratura italiana e straniera, è la curatrice nonché l’ideatrice del sito letterario Lib(e)ro (www.liberolibro.it)
Coltiva grandi interessi legati alla ricerca spirituale. Per lei viaggiare è il mezzo per incontrare le sue sfere emotive più profonde ed instaurare dei punti di contatto importanti. Leggere è la sua passione, scrivere la sua terapia. Ha detto di sé: "Io vivo con la solitudine, la sofferenza e la follia, ci mangio assieme, abbracciandola e sgridandola, ingannandola, mettendola a letto, io guadagno da vivere. Assurdo. Tengo buona la sofferenza altrui e mi pagano. Poi non riesco a placare la mia e spendo lacrime e carezze". Katia lavora, infatti, in un centro riabilitativo per persone affette da insufficienza mentale, tra i quali vengono accolti e curati bambini di ogni età. Tale esperienza la pone accanto a patologie molto gravi, quali l’autismo, a metà strada tra la sofferenza di questi pazienti e il grande insegnamento che sanno dare.
Ha pubblicato testi in molte antologie e collabora a forum e siti letterari.
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Katia, la tua professione ti conduce accanto al disagio, all’incomunicabilità, al dolore. Temi imprescindibili dalla condizione umana. Quanto questo estraniamento può rilevarsi per contrapposizione (e strano a dirsi) un’opportunità? E’ difficile estraniarsi dal dolore quando lo vivi, condividendolo, ogni giorno sulla tua pelle. La natura umana ci porta a “allontanarci” da persone “diversamente abili” o con problematiche psico-patologiche, credendo che da loro non si possa apprendere nulla. La realtà è differente, se solo avessimo gli occhi di osservare e il cuore della condivisione. E’ una grande opportunità di vita il poter condividere con loro emozioni che toccano tutte le sfere emotive. Gli insegnamenti che (io personalmente) ne ho tratto sono quelli che mi hanno dato coraggio nelle situazioni “difficili”, quelle, che la vita pone dinanzi ai passi di ognuno. Riconoscere e ritrovare, quella che si credeva persa, quale la comunicazione spontanea tra esseri umani, senza che questa sia veicolata da un tornaconto, (sempre e comunque) per come oggi noi siamo stati educati, è una carezza data con amore, un sorriso perché voluto, un abbraccio equiparato a un mondo sconfinato che si apre dinanzi a te. Come scriveva Freud parlando dei malati mentali nelle Nuove lezioni: “Questi malati sono distolti dalla realtà esteriore ed è per questo che su quella interiore ne sanno più di noi e possono rivelarci cose che senza il loro aiuto sarebbero rimaste impenetrabili“.
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Nel tuo quotidiano osservi da vicino intere gamme di emozioni. Quanto incide nella tua attività di scrittrice? Moltissimo. Ci sono emozioni che non avrei mai assaporato in pieno, senza l’aiuto di chi condivide parte della mia vita da anni. Non avrei mai avuto la capacità di guardarmi e scandagliarmi nel più profondo (tragitto, per altro, molto difficile e doloroso), e forse non avrei oggi la sensibilità per “l’altro” chiunque esso sia nel camminare, anche se per breve tempo, un tratto di strada con me. Ha inciso moltissimo sul non aver remore di esternare la mia emotività, fragile o forte che sia, nell’umiltà di saper riconoscere i miei limiti. Scrivere di sé nei malesseri e nelle domande che da sempre accomunano nell’interrogarsi l’essere umano è la cosa apparentemente più semplice di tutte, ma metterci nel dentro anima e cuore è quello che pochi riescono a fare.
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L’amore per la letteratura in te è spiccato. Quali sono per te le letture che contano nella vita di una persona. Cosa devono trasmettere e, se possono, insegnare? Non è facile dire con certezza quali siano le letture che contano nella vita di un essere umano. Ognuno è un unico irripetibile e sia per il vissuto e sia per come vive e percepisce le emozioni tutte. La mia prima lettura fu la Bibbia, con mia madre, lei aveva un modo di leggere che ti appassionava, poi ricordo che cresciuta si accorse che volevo conosce di più rispetto all’educazione Cristiana che lei mi tramandava e mi fece avere tutti i testi sacri che riuscì a trovare e insieme li leggemmo…
Quando iniziai a camminare da sola, catapultai il mio interesse nei Classici e nella filosofia, materia che mi ha sempre appassionato.
Ecco credo che i Classici sia un percorso che non debba mancare nella vita di una persona, essi ci aprono orizzonti ampi ci aiutano ad avere una chiave di lettura diversa che ci permette di analizzare meglio noi stessi e la realtà che ci circonda nella storia. Perché noi siamo frutto di ciò che siamo stati e conoscere le proprie origini è quello che ognuno dovrebbe fare.
Oggi leggo molto e di tutto, quando entro in libreria la prima cosa che richiama la mia attenzione è la copertina, l’occhio vuole sempre la sua parte e una bella copertina, ben curata ha già travato la sua acquirente.
Cosa ci devono trasmettere? Emozioni. Devono avvolgerci, coinvolgerti e travolgerci, devono far si che noi ci riconosciamo nel dentro e nello stesso tempo troviamo le risposte ai nostri conflitti interiori insegnandoci la vita, l’amore e l’accettazione. Bellissima una citazione di Dominique Fernandez: “...attraverso il romanzo, si può fuggire alla disgrazia di avere un sola identità, una sola nazionalità, un solo stato civile, una sola vita, un solo sesso".
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Credi che per imparare a scrivere sia necessario imparare a leggere? Imparare a leggere è fondamentale, citando Stephen King in On Writing “Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare queste realtà, non conosco scorciatoie”.
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Perché si scrive tanto? Terapia o narcisismo? Terapia. Il significato terapeutico della narrazione in letteratura è messo in relazione all'uso delle metafore (Mc Mullen, 1996): il linguaggio figurato pare essere una via privilegiata per il cambiamento, poiché le metafore permetterebbero di metariflettere su sé, sulla relazione con l'altro, sui propri vissuti emotivi e comportamentali. Raccontarsi diviene quindi strumento per raffigurare, se stesso, in ciò che siamo stati (passato) cercando di modificare nel presente l'oggettivo in soggettivo e immaginare il futuro; la narrazione risulta così essere "la negoziazione momento dopo momento per l'individuo, per identificarsi e relazionarsi". A volte ci si trova a scrivere cose che mai oseremo dire, pensieri cosci e inconsci che rimarrebbero relegati in un angolo fintanto non emergerebbero con tutte le problematiche che ne derivano. E' più facile raccontarsi nello scrivere, senza remore piuttosto che parlarsi. Un esempio ne è King che con Misery scrive la storia di uno scrittore imprigionato e torturato da un'infermiera psicopatica, lo stesso confessa in On Writing che il titolo descriveva bene lo stato d'animo dell'autore nel momento che lo scrisse e Misery era la droga e l'alcool che al tempo lo tenevano prigioniero. Sì, indubbiamente terapia.
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Potendo scegliere: inferno o paradiso? Inferno. Uno perché è la parte della Divina Commedia che più ho amato e due, citando qualcuno che ora non ricordo, la compagnia deve esser senza dubbio più divertente.
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Katia e la sua scrittura. Ecco io sono una di quelle persone che non sanno o non amano molto parlare di sé, eppure chi mi conosce legge nelle cose che scrivo i miei “Travagli”, ma al di là degli sberleffi che la vita ti presenta, sono una persona estremamente solare e iperattiva. Se dalla mia scrittura riuscisse a emergere: “Cuore, anima ed emozioni” sarebbe un grande successo.
 
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