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Adesso tocca a noi - Marina Bisogno PDF Stampa E-mail
Adesso tocca a noi
 
Recitare su un palcoscenico è come affacciarsi ad una finestra: stessa panoramica, stessa possibilità di scrutare oltre un confine, con il vantaggio però di un’interazione con il circostante.
Abbiamo provato e riprovato per mesi senza che io, Giulia e gli altri ci stancassimo mai. Mancano pochi minuti all’inizio della rappresentazione: sono emozionato ma carico al punto giusto per dare il meglio  anche questa volta. Sono già truccato e vestito  e mi aggiro dietro le quinte come un’anima in pena, ma infondo mi diverte anche questo. Sento Mario e Giulia litigare; tipico, non fanno che beccarsi dentro e fuori le scene. Sarà un loro modo di esorcizzare il nervosismo. Luigi e Chiara invece ripetono le battute, mentre la regista fornisce le ultime indicazioni ai neofiti della compagnia. Le luci soffuse rosse e blu creano la giusta atmosfera ed una melodia eseguita al pianoforte intrattiene il pubblico nell’attesa. Debussy “Au claire de la lune”, se la memoria non mi inganna. Le note  scavano nell’anima, vincendo le preoccupazioni, i pensieri, e si fanno carezza, caldo rifugio. Ho scrutato ogni viso e contato i presenti in sala, nascosto dietro questo sipario di velluto rosso:  oggi reciteremo per duecento spettatori.  Qualcuno si guarda intorno, qualcun altro lancia un’occhiata alla brochure. Chissà se possono vedermi mentre a pochi minuti dall’inizio mi diverto a spiarli come un bambino. Il cuore ha iniziato improvvisamente a battere all’impazzata, sarà colpa di Debussy e delle emozioni che la musica classica riesce a risvegliare, o sarà perché in questo spettacolo ho messo tutto me stesso, fino a consumare l’anima. Il contatto con il tessuto del sipario mi tranquillizza come una coperta durante una serata fredda d’inverno e mi godo il momento, lo assaporo come fosse un bicchiere di buon vino. Ricordo ancora la prima volta che ho iniziato a recitare: avevo solo cinque anni e da allora non ho più smesso. Qualsiasi momento della mia esistenza è stato scandito dal teatro e solo recitando trovo la mia dimensione, la giusta espressione di me stesso.  Il tocco del tessuto del sipario prima di andare in scena è un rito impagabile. Non mi sono accorto del passare degli anni a furia di starci attaccato. Ogni volta che stiamo per salire su un palco mi nascondo dietro le quinte e guardo. Guardo quello che sto vivendo fino a chiuderne le immagini nel cuore, affinché mi accompagnino nella vita ordinaria, quando le luci si spengono e la musica cessa. La mia vita è qui, è ora, concentrata in quest’eterno istante di solitudine e agognata gloria, in questo spazio parallelo che si ciba del quotidiano, spesso banale ed insensato. È la volta di Bach “Toccata e fuga” e la gente appare impaziente ma Chiara ha chiesto di ritardare di cinque minuti. Conosco a memoria il canovaccio, molti interventi saranno poi improvvisati al momento. Ci piace entrare in empatia con il pubblico lungo tutto l’arco della rappresentazione e, come d’accordo, ci permettiamo dei fuori programma. È la regola base della nostra compagnia: studiamo uno schema, poi per le battute largo alla fantasia. Metteremo in scena uno spettacolo di denuncia sociale dal titolo “Adesso tocca a noi” che si propone di stuzzicare il pubblico attraverso dialoghi istantanei ed ironici. Una serie di vicende rocambolesche svelano la zona grigia in cui si ramificano le connivenze tra malavita e borghesia. « Siamo pronti» qualcuno mi suggerisce. Bach ha appena lasciato spazio alle parole della presentatrice che annuncia ai presenti l’inizio dello spettacolo. Mi stacco dal sipario, come un bambino dalla gonna della madre e corro dagli altri. «Ma dov’eri finito?» inveisce bonariamente la regista, mentre con una mano passa il canovaccio a Luigi e l’altra fa segno agli altri di avviarsi fuori. Io li guardo, mentre nervosamente si dispongono sulla scena: è buio, sembrano statue di cera in attesa di ricevere la vita. Il sipario si apre lentamente, come una tapparella sollevata con cautela. Sento un leggero brusio. «Schhhh» fa qualcuno e in sala è silenzio. Si va in scena.
° 
Marina Bisogno
 
Vuoti a perdere - Marina Bisogno PDF Stampa E-mail

«A Napoli ci sono più avvocati che in tutta la Francia» penso mentre scivolo lungo il corridoio umano che ogni mattina si forma in questo non luogo chiamato Tribunale.

I corridoi sono stipati, davanti agli uffici file interminabili. Mi divincolo dalla folla con la speranza che a nessuno venga in mente di rivolgermi la parola e con passo svelto mi dirigo verso l’aula in cui dovrebbe svolgersi l’udienza.

I fascicoli sono ammassati su un tavolo, mi avvicino e frugo fra le scartoffie in cerca dei documenti che mi occorrono. Una gomitata mi sfiora il viso, qualcuno mi strattona mentre sto cercando di leggere i verbali delle udienze precedenti. Pigiano come donnette il primo giorno dei saldi.

«Mario. Anche tu qui?» una voce mi richiama all’attenzione. È Clara

«Si, aspetto mio padre per un’udienza. Conosci meglio di me la storia della collezione di firme per l’accesso alla professione forense.» ironizzo causticamente.

Clara allora mi abbraccia dall’alto dei suoi tacchi, un refolo di profumo rigorosamente francese mi assale. Non ha un solo capello fuori posto e dall’acconciatura spiccano le perle bianche dei suoi orecchini sobri ed eleganti. Mi chiede di salutarle mio padre, me lo chiede bisbigliando, con il suo fare di donna sicura e invincibile. La saluto e le auguro buona giornata, mentre torno ai gesti che avevo lasciato sospesi.

L’aula continua a riempirsi: in pochi minuti fiotti di avvocati hanno ingombrato lo spazio, che quasi non basta a respirare. Mi volto, mi guardo intorno e chiedo ad uno che pare spazientito almeno quanto me, quando arriverà il giudice.

« Oggi è in ritardo!» mi dice e penso che dopotutto non è una grande novità.

Cerco un angolino, un anfratto dove potermi sedere. Lo vedo e mi fiondo ad occuparlo. Il vocio della gente cresce minuto dopo minuto e con esso la voglia di allontanarmi da questo posto inutile. Dovrei prepararmi per la discussione della causa e invece non faccio che pensare al racconto lasciato in sospeso sulla mia scrivania e agli occhi di Sara, che avevo incrociato due sere prima alla festa di Luca. Non mi sono presentato ma attendo la prossima occasione propizia.

Richiedo l’ora, il giudice è palesemente in ritardo e intanto la confusione assume la forma di una bolgia di professionisti o presunti tali che strepitano alla ricerca delle loro controparti. Nugoli di praticanti escono ed entrano dall’aula, qualcuna si accomoda sulla scrivania del giudice con fare da diva, leggermente inclinata a sinistra e con le gambe accavallate chiacchiera con il collega di turno.

Fa caldo, la finestra è serrata perché la gente aspetta persino seduta sul davanzale della finestra. Non sopporto la confusione né tanto meno i tempi morti. Mi estraneo per non perdermi nelle more di un’amministrazione inefficiente, effige di un sistema malato e che continua ad ingolfarsi.

Farei ben volentieri a meno di esitare in questo ginepraio ma di poesia e giornalismo non si campa, almeno così dice mio padre. Mi rialzo, una ragazza mi ruba il posto, scivolando dietro di me come un’anguilla.

Abbandono l’aula, ho bisogno di fumare. La sigaretta è il miglior viatico per ogni tipo di attesa e poi mi ispira. Segnali di fumo dalla mia bocca raccontano di un disagio tutto personale, ma si dissolvono prima che riesca a liberarli nell’aria. Continuo a tirare, anche la sigaretta sta per consumarsi del tutto. Sulla scia dell’ultima boccata tiro fuori il mio block notes e inizio a scrivere di getto:

Attese

File, andate e ritorni

inutili attese

che soffocano giornate

spese in vane attività

oltre le quali

si scorge la verità

offuscata dall’impenetrabile

fumo della fretta e dell’indifferenza.

Fragile leggerezza dell’essere,

nelle more mi alieno.

La stanza non è più stanza,

la sedia non è più sedia

e le voci

brulicanti degli astanti

smaniosi

si allontanano.

Perdo i loro volti inespressivi

e tesso le fila

di una nuova poesia.

Vedo mio padre, ha appena parcheggiato, parla al cellulare e sembra furioso. Mi dice di aspettarlo, ripongo la penna e obbedisco sbuffando.

 
Attilio -Primo atto - Angelica D'Agliano PDF Stampa E-mail

Solo quando suona la campanella mi accorgo che ho un filo di bava all'angolo della bocca. E neanche sento il chiasso dei compagni, il trapestare per le scale, i motorini nel cortile. Mi asciugo con la manica e ringrazio dio che sia finita.
Mi chiamo Attilio, ho le vene varicose, il naso aquilino e le orecchie a sventola: sono quello che si dice un bel ragazzo. Al mattino mi infilo in un paltò appartenuto a papà Giorgo, che è sempre vivo ma indossa solo cappotti alla tedesca, inforco la vespa e quando posso non vado a scuola.
Datemi torto! Avete visto voi le giornate di maggio, le betulle rombanti, i vortici, i sassi del Serchio? Devo intuire di no, ma non mi importa. Tengo una fionda sotto il sedile e un paio di calzoncini, quando parcheggio sulla strada Vanda e Gianduiotto mi vengono incontro e se non ci fossero recinti sono certo che mi leccherebbero la faccia. A volte riesco a portar loro un po' di paglia (è difficile nasconderla nella vespa), più spesso strappo le erbacce dal ciglio. Naturalmente, Vanda e Gianduiotto sono cavalli. Anzi, dovrei dire erano cavalli, visto che Vanda è stata macellata perché non correva più e Gianduiotto farà presto la stessa fine.
Il greto è una sassaia spazzata dal vento, è bello andare nudi e sentire il solletico o il dolore dei ciuffi e gli sterpi, o quanto bruciano i ciottoli cotti dal sole, o come sono bruni e lucidi... ma insomma, avrete già visto un fiume prima d'ora. Ecco, immaginatelo uguale ma più bello, così avanzo di stancarmi a descriverlo.
Sono appunto lì tutto nudo e immerso fino alla vita nel fiume uguale ma più bello e un nitrito piega i rami dei salici una folata di vento mi abbatte forse un piede scivola sulle mucillagini del fondo e cado. Sento l'urlo della corrente sento che vado via io non voglio andare via non voglio morire agito le braccia nell'acqua fredda mi taglia il naso mi riempie il gozzo sono ancora molto vivo afferro qualcosa il freddo risucchia le gambe (ho le vene varicose) mi tiro su con una tosse disperata vorrei piangere invece tossisco acqua bava vorrei pensare invece tossisco tossisco in fondo è andata bene ho le gambe molli chissà se fossi morto invece di andare a scuola come si sarebbero arrabbiati a casa.
Sono finito in un'ansa larga, più avanti il fiume gorgoglia di cascate e mulinelli. Riprendo coscienza di essere tutto nudo, non vorrei guardarmi intorno, solo raggiungere la riva. Ma l'acqua è fondente, il sole taglia. In mezzo, lo spettro di un cavallo pascola su un isolotto di giunchi.
Dirò la verità, adesso non ho voglia nemmeno di spettri. Ma il cavallo mi ha fiutato e sento le orbite  bianche, le ossa attaccate alla pelle, le setole come pece. Alla luce gli spettri sono terribili. Mi volto e gli zoccoli spaccano i giunchi, i ciottoli (chissà cosa tenta di fare), mi trapassa un nitrito. Ora capisco. Quello deve essere il grido delle bestie al macello.

 
Le Apuane - Riccardo Jannello PDF Stampa E-mail
Sento il calore del sole
anche se è rosso al tramonto
Vedo la luce della luna
che brillanteggia il marmo
Sono in mezzo a due fonti
e non so a quale abbeverarmi
Guardo avanti, ma mi volto
e guardo dietro e non so
se a quel punto ciò che era davanti
avrà ancora voglia di essere guardato
Sole o luna, giorno o notte...
Il tramonto, in fondo,
è il momento della verità,
devi scegliere o sole o luna
o raggi o riflessi
E intanto prendi la mano
la volti sul dorso
la sfiori con la bocca...
Sarà lei a scegliere
se guardare il sole
o cercare riparo nella luna
°
Riccardo Jannello


 

 
 
Il circo della fantasia sensibile - Marina Bisogno PDF Stampa E-mail

 

Febbraio 2010. Ancora assurdità da raccontare attraverso lo sguardo di una ragazza sensibile. Un’orca ha assassinato ad Orlando l’istruttrice poco prima che iniziasse il numero in cui l’animale era solito esibirsi. Le tragedie consumate davanti ai miei occhi sono due: la morte di una giovane innocente che amava il mare e le sue creature, e l’assurda fissazione degli uomini di domare la natura. E mentre il petrolio minaccia di avvelenare le acque del Po e il circostante per un errore umano, mentre in Calabria un pezzo di montagna viene giù e la tragedia viene scongiurata per caso, un’orca si ribella e uccide un essere umano. È la fiera del paradosso per molti. In realtà è la manifestazione di uno scempio lungo una vita.

°

Il circo della fantasia sensibile.

 

° 

"Entrate, signori, entrate per assistere al nostro spettacolo mozzafiato! Il domatore e le bestie feroci!” continuava a strillare il ragazzo gracile e dalla carnagione scura davanti al piazzale in cui si era accampato il circo.

Marta passava di là proprio in quel momento alla ricerca di un diversivo per non annoiarsi troppo e  decise perciò di acquistare il biglietto pur non amando particolarmente il circo.

Entrò attraversando il tendone e cercando un posto da cui godersi lo spettacolo.

Al centro della pista l’enorme gabbia di ferro, prigione per quelle meravigliose fiere dal manto scintillante.

Giravano in tondo, agitate, con  occhi saettanti e malinconici.

Il domatore se ne stava all’impiedi al centro della gabbia continuando a schioccare la frusta nervosamente. Una ad una le tigri agili e veloci iniziavano a saltare e i primi applausi scrosciavano sbalorditi ed eccitati. Le zampe protese in avanti, slanci leggiadri e sinuosi fino a fendere il cerchio per ritrovarsi a terra in una frazione di minuti lunghi una vita. Era un succedersi di immagini repentine e tutte uguali, una sequenza elegante quanto terrificante.

Il domatore magro ed alto era nascosto nella sua divisa nera, si muoveva continuamente facendo attenzione a non avvicinarsi troppo a quella forza della natura, che faceva la sua fortuna e la sua più grande paura.

Marta aveva gli occhi attenti e carpiva ogni dettaglio;  non poteva fare a meno di pensare a come gli uomini si entusiasmassero davanti alla possibilità del controllo e del potere. “Hanno bisogno di sottomettere e domare la natura per dimostrare a loro stessi di essere sempre e comunque i padroni”.

Tigri o gattini per gli uomini non c’è differenza che tenga.

La tigre più grossa si rifiutava di saltare nel cerchio infuocato ed emanò un ruggito di rabbia che risuonò per tutta la tenda. La bocca enorme era spalancata, la testa protesa in avanti rispetto al resto del corpo pesante, chiuso in atteggiamento di difesa.

Schiocco  di frusta. La tigre ruggiva e non smetteva.

D’improvviso si alzò su due zampe. Era mastodontica, avrebbe potuto uccidere un uomo solo con il suo peso.

Gli spettatori tramortiti iniziarono ad agitarsi, Marta non riusciva a credere ai propri occhi, presa da un misto di terrore e fascinazione. La gente prese a scappare, qualcuno rimase a guardare, certo di stare sognando.

La bestia era in preda ad un’irrefrenabile ribellione e cominciò a girare in tondo, sempre di più, stringendo lo spazio tra lei e l’uomo.

Davanti agli occhi di Marta la bestia stava sfidando l’uomo e nella gabbia in un attimo fu il caos.

Anche gli altri animali si lanciarono in un ruggito di solidarietà e ribellione.

Il domatore era circondato, indietreggiava,  agitava la frusta ostentando una fermezza ormai dissolta in paura.  Con una sola zampata la tigre più grossa colpì il domatore e lo scaraventò a terra. Il fiato era sospeso e la scena si collocava tra l’irreale e il fantastico.

Gli altri circensi accorsero alla gabbia. “Robert, Robert” chiamavano ma Robert non rispondeva.

Subito dopo, come vittima di un incantesimo, Robert era a quattro zampe ed obbediva al ritmo cadenzato e soddisfatto del ruggito della bestia che lo aveva messo in ginocchio. Girava in tondo, saltellava, prendeva la rincorsa e si tuffava nel fuoco ma bruciava, faceva male e  avrebbe voluto  urlare ma non riusciva ad emettere nessun suono. Robert scodinzolava agitando il sedere, raccoglieva con la bocca gli oggetti e li riportava alla grossa tigre, imponente e regina tra le sue compagne che si erano tranquillizzate.

 

Marina Bisogno

 
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