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Onanistica - Angelica D'Agliano PDF Stampa E-mail

“Vorrei andarmene, davvero.” Lo dice con un sorrisetto, mentre si guarda i piedi. Prova a respirare profondamente ma è interrotto da un colpo di tosse. Continua sotto voce, assorto.

“Quello che è dei tuoi padri devi conquistartelo, per averlo. È già tradizione.” Qui alza lo sguardo, nel buio. Qualcuno ascolta. Fa un gesto come per negare, come nel teatro, ma i lacci stringono. Si limita a descrivere un cerchio con la testa e riprende. “Oh, non starò a tediarti con le piccole ingiustizie, le contrarietà. Forse che ti interessa di sentirmi raccontare cos’è stato essere un ragazzo, e dopo diventare un uomo? (sconfitto) Lo fanno tutti.

“Quando il professore entrava non mi sono alzato mai. Tiravo fuori i fogli, la penna e scrivevo una parola qua una parola là, e poi piombavo nella disperazione. Può andare avanti un questo modo una persona? No, dico, si può vivere ascoltando un cadavere? Gli altri facciano come vogliono, io mi sono stancato (abbassa il capo ma subito lo rialza, come se avesse ricordato qualcosa).

“Accanto a me c’era un rosso alto una spanna. Una testa meravigliosa (si tocca la tempia con l’indice). Pensi che abbia ascoltato qualcosa, lui? Col c… (si trattiene, ride). È basso come un nano – nanismo acondroplastico, se vuoi saperlo – con una bocca larga così, faccia precaria, barbetta aguzza, passo da storpio. Dico io, può esistere davvero un individuo del genere? Può?

“È una giornata fredda, e questo si sistema nella mia stessa fila, in fondo all’aula. L’aria è irrespirabile, il professore non c’è. Aspettiamo. Chi più chi meno dormiamo. Nel fiato collettivo si leva a tratti un rumore meccanico basso e prolungato, dopo arriva l’aroma del caffè che è colato, fuori dalla porta, dalla macchinetta al bicchiere di plastica. E io davvero dovrei essere come questa gente? Grattare la testa – l’unto della testa, delle dita, il cuoio capelluto a scaglie sotto le unghie, l’aureola di tutta l’impalpabile, l’invisibile, l’impossibile nuvola di me stesso nei nasi degli altri – Soffiare il naso. Sbadigliare. E in mezzo alle cispe, nelle fibre dei tessuti, soprattutto all’inguine se apro le cosce per accavallarle – proprio laggiù! – odorare di treno, di folla, di pieno di pullman!

“E, a proposito, sai questo che fa? Tira fuori il … (si ferma, come per osservare. Intorno però c’è solo buio. Pausa. Poi, con tono giudizioso). Mi rendo conto che devi essere sorpreso, caro babbo. Lo capisco. Ma è la pura verità. Immagina tuo figlio, non farai fatica, io e te siamo uguali sputati, immaginalo pallido, occhiaie agli zigomi, barba e capelli unti. Lo aspettano esami lezioni prove master corsi di questo corsi di quello. Una vita curriculum (rassegnato) Una disperazione ridicola.

“E questo – non dico quest’uomo perché per quanto sicuramente maschio non sono certo che sia proprio un uomo – e questo è seduto vicino a me, due tre posti ci separano, dondola le gambette nel vuoto, indica sotto la cintura, la cerniera fra il dito indice e il pollice, tira giù e quello sale. (ammirato) E dovresti vedere che potenza, che grazia, che risposta costui si porta dentro. Che argomenti ha da esporre al mondo. Sfrega le mani grassocce, si vede da lontano, e così comincia. E si apre, quella faccia, gli occhietti chiari, le gengive appena un gemito lucido fra le labbra dischiuse.

“E quanto più lui, presumibilmente, si perde in sentimenti di delicata e commossa tenerezza, tanto più l’altro s’inorgoglisce, lignifica, pretende. Una ragazza si gira – presenti esclusi, è la sola che non fissi la cattedra vuota – e mi sorprendo ancora se penso che la cosa che ha visto, la prima attenzione, il primo contatto… (perde il filo) Ma quando una cosa è fatta vuol dire che era possibile farla. E lei osserva e fiorisce. (si confonde del tutto. Poi, con partecipazione) Pensa quel che vuoi ma prima devi fare i conti con me. E lei conta, centimetro, su centimetro. E non le importa: ti sembra il posto per, come hai potuto arrivare a. E a lui non importa: scusa potresti farmi un, ti spiacerebbe piegarti per. E di cosa si deve dimenticare un cervello, di cosa svuotare un uomo, di cosa riempire una bocca per l’ultima soddisfazione. Lui accarezza la testa – l’orribile, orribile carezza maschile! – e lei è di sicuro pelle fondente sotto al piumino, le maglietta nei jeans, i calzettoni, sia quel che sia ciò che copre la sua pelle di studente, sotto un banco di legno, fra le gambette sorridenti, fra le pareti geografiche (sulle nostre carte vivono ancora paesi impossibili – la Jugoslavia, l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche), le cimose sporche, le lavagne sbeccate, i proiettori per figura.

“Ma poi la porta geme, il professore si trascina alla cattedra, nessuno si alza nessuno saluta, le ginocchia scricchiolano, le ossa nei vestiti, i capelli in polvere, il rumore di bava e di stecco – è un guscio di lumaca schiacciato. Il professore siede e abbandona la cartella, così pieno di bruma di mattino cisposo di orari di cose dette da dire, così gonfia il petto e tracima un rantolo di catarro dal buio dei polmoni, dei bronchi, del marcio di se stesso al fazzoletto della tasca. Di cosa si deve svuotare una bocca, di cosa riempire un uomo, di cosa drogare un cervello per l’estrema soddisfazione.”

E qui le luci si accendono. Al centro del salotto sta un giovane sui trent’anni. È legato alla sedia (sedia imbottita piedini dorati) con dei lacci di stoffa. Vicino all’interruttore un uomo lo osserva, il giovane strizza gli occhi, si somigliano moltissimo, prova a liberarsi, oscilla sulla sedia, perde l’equilibrio, urta contro il tavolino con la collezione di porcellane cinesi. Si è tagliato, sanguina, ma è come se non sentisse nulla, continua a trascinarsi verso la porta.

L’uomo più anziano scuote la testa. L’uomo più anziano ha il coltello con cui ha affrontato tutta la sua vita, ma stavolta lo tiene in mano, guarda il figlio, guarda i cocci e la porta aperta e non sa cosa fare.

 
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