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Quello che voglio e quello che posso - Angelica D'Agliano PDF Stampa E-mail

“L’amore è santo. La comunione di due anime basta a se stessa (…) Ogni poema, ogni dramma deve rappresentare, nel particolare e nel contingente, l’universale e l’eterno; ogni opera d’arte vera deve contenere un’idea che trascenda il fatto espresso, assumere una significazione universale”.

Sono rimasta molto male quando ho letto queste parole di Silvio D’Amico nella sua Storia del teatro drammatico, significativamente poste poco prima della vita di Schiller. Pensavo di essere “profondamente originale”, come gli attori cialtroni del Tirocinio di Wilhelm Meister di Goethe, e invece, scialbamente, senza alcun merito o novità, mi ritrovo Romantica. E proprio nell’accezione tecnica del termine.

In questo senso, il romanticismo è una presa di coscienza. Non posso più pensare all’opera d’arte fuori da un immaginoso orizzonte di libertà dell’io, rimando all’universale, trascendenza. Sebbene siano queste le direzioni in cui ci muoviamo (anche quelli che dicono che non c’è nulla da dire, in sostanza dicono qualcosa), ciò non significa necessariamente fare arte, essere artisti.

Cos’è l’arte. Mi sono allenata a non pensarci (mi blocca), o, se devo, a concepirla in termini di linguaggio (le arti come semiologia dello scibile umano).

Sospetto che quanto più il pubblico, se c’è, è consapevole, tanto più il linguaggio-arte può spogliarsi dei suoi elementi che con grossolana intelligenza potremmo definire, fra mille virgolette, fàtici – preoccuparsi di un’ambientazione, una struttura, una serie di appigli che denunciano una forma-regola, più che una forma-parte-della-sostanza.

In questo caso la trascendenza, il rimando al tutto, all’universale, sarebbe il succo del discorso. Tutto il resto, la contingenza dell’opera, quella parte di linguaggio che può evolvere, semplificarsi o trasformarsi in qualcosa di più diretto e immediato (e in certo senso più complesso, per chi non è preparato a coglierlo).

Forse questo ragionamento è la giustificazione teorica (retorica) per la mia sostanziale incapacità di concepire trame di ampio respiro: le trame dei personaggi che vivono, crescono e muoiono. Le grandi, farraginose, incantevoli architetture in odor di Ottocento.

Mi fiorisce il racconto, la prova tutta tesa in quell’attimo che dice qualche cosa. Mi prendono l’impazienza per me, l’ammirazione per altri di cui presto forse parlerò.

Grammaticalmente, una morfologia corretta, tradizionale, un lessico atono dentro una sintassi fondente, che scalda, si allenta e incalza.

La gente dice che non si capisce nulla di quello che scrivo, eppure questo è solo l’inizio. Mi propongo una lingua rinnovata nella forma; mi prefiggo parole comuni eppure soltanto mie; spero, praticando, la visitazione di una trascendenza che ora mi coglie per dolorose intermittenze. Sono alla ricerca della mia stagione astratta.

 
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